Un giorno, sant’Agostino in riva al mare meditava sul mistero della Trinità, volendolo comprendere con la forza della ragione. S’avvide allora di un bambino che con una conchiglia versava l’acqua del mare in una buca. Incuriosito dall’operazione ripetuta più e più volte, Agostino interrogò il bambino chiedendogli: «Che fai?» La risposta del fanciullo lo sorprese: «Voglio travasare il mare in questa mia buca». Sorridendo Sant’Agostino spiegò pazientemente l’impossibilità dell’intento ma, il bambino fattosi serio, replicò: «Anche a te è impossibile scandagliare con la piccolezza della tua mente l’immensità del Mistero trinitario». E detto questo sparì. Una simile leggenda comparve in uno scritto forma di Cesare d’Heisterbach dove protagonista era una vedova.

L’attribuzione dell’episodio a Sant’Agostino reca la data 1263 e si fonda su una lettera apocrifa a Cirillo dove Agostino ricorda una rivelazione divina con queste parole: Augustine, Augustine, quid quaeris ? Putasne brevi immittere vasculo mare totum? Cioè: «Agostino, Agostino che cosa cerchi? Pensi forse di poter mettere tutto il mare nella tua nave?».
Marzio Ganassini ritrae sant’Agostino in abito monastico.

È già vescovo e lo vediamo dalla mitria, ma pur tuttavia qui viene ritratto nella sua veste di monaco cercatore di Dio. Il mare è alle spalle e il divino Infante, nudo, risplende di luce mentre versa con la conchiglia l’acqua nella sua buca. La ricerca della verità senza infingimenti e con profonda onestà intellettuale fu una delle caratteristiche di Agostino, il quale fondò la sua comunità religiosa proprio per il desiderio di farsi aiutare dagli amici in questa ricerca.

Eppure anch’egli, discutendo con san Girolamo, dovette riconoscere l’incapacità umana di comprendere Dio e i suoi misteri. Pertanto, quel Bimbo nudo, rivela Dio molto più di quanto Agostino, insignito della dignità monastica ed episcopale, possa comprendere.
In un’altra opera, questa volta di Filippo Lippi, il mare di Ippona è un fiume, dove il vescovo Agostino indietreggia, barcollando per lo stupore. Gesù Bambino compie l’impresa munito di cucchiaio e, mentre guarda verso il Santo, indica in alto uno strano sole tricefalo.

Il colore del sole è lo stesso dell’abito del Bambino è la viriditas, principio vitale caro a Ildegarda di Bingen. Gli occhi bassi del Santo di Ippona lasciano intravedere la sua compunzione per aver preteso, con la sua mente acuta, di comprendere la Trinità. Se il fiume è circondato da alberi ricchi di chioma, dietro ad Agostino sta un albero secco: un monito per il dottore serafico, la grandezza della ragione è sapere che ci sono Misteri ad essa inaccessibili e che, come diceva Pascal, il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce.

Pascal intendeva quel cuore capace di conoscere Dio. Così, per quanto leggendaria, la vicenda nasconde una profonda verità: l’uomo post contemporaneo pretende di mettere le mani sul Mistero della vita, di circoscriverlo asservendolo alle strettoie delle sue categorie mentali. Ciò non gli sarà permesso. Il piccolo Bambino, dipinto dal Lippi, ha più familiarità con il mistero divino di quanto non l’abbia una delle menti più lucide apparse sulla faccia della terra.

Fare un passo indietro rispetto al Mistero dell’uomo nella sua origine e nel suo anelito alla comunione con Dio è, anche per il credente, un atto di grande intelligenza e dignità.

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